Ho
appuntamento nel tranquillo e piovoso pomeriggio domenicale di Ottobre con Remi
(all’anagrafe Remigio Mandas, di Elmas) e
con sua moglie Marleny Gonzalez, nel loro ristorante/pizzeria nel quartiere di
San Bartolo, al sud della capitale ecuatoriana, Quito. Ho saputo
casualmente durante un mio viaggio al sud dell’Ecuador, attraverso suoi amici,
dell’esistenza in terra sud americana del conterraneo e, grazie ad un messaggio
inviatogli attraverso le reti sociali, mi ha invitato ad incontrarci per
presentarmi il suo nuovo progetto. Sceso
dall’autobus che copre una delle linee nord/sud della capitale trovo facilmente
il locale grazie al segnale classico che contraddistingue i prodotti “Made in
Italy”, una bandiera italiana dipinta su
un grande pannello insieme alla scritta “Pizza Da Remi”. E come non poteva essere differentemente lui e
lei mi accolgono con grande affetto (come un incontro tra amici di un tempo). Nel locale regna l’ordine e la pulizia,
tavolini che sembrano fatti artigianalmente, la cucina, e il forno per le pizze
realizzato dallo stesso Remi (in Ecuador non ha trovato il forno ideale…mi
dirà) e, di fronte ad una tazza di caffè appena fatto (l’Ecuador è uno dei
maggiori produttori di caffè nel mondo) mi racconta la sua lunga ed intensa
vita. Spinto a “cambiare aria” all’età di 24 anni
(la drammatica morte di suo fratello maggiore, provocata da un incidente sul
lavoro fù talmente dura per lui che si isolò dal resto del mondo) Remi fu
invitato in Olanda da un suo zio paterno che lavorava in un ristorante
pizzería, per cui, prima nel paese di Wageningen
poi in quello di Leiden, la necessità di sostenersi economicamente lo spinsero ad
imparare l’arte della pizza. In poco tempo e velocemente apprese questo duro
ma creativo lavoro raccogliendo positivi consensi dai numerosi clienti che
giornalmente affollavano il locale (racconta
che l’appetito e il piacere di mangiare degli olandesi arrivava a far uscire
dal forno 800 pizze al giorno). Ma la specialità per la quale aveva con fatica
studiato in Sardegna era quella di costruttore navale, in qualità di meccanico
saldatore, per cui, alla prima occasione trovò lavoro in un’importante fabbrica,
insieme a tanti altri sardi che lì lavoravano.
E in quel paese del nord europa conobbe colei che è stata la madre degli
adorati quattro splendidi figli che, oltre che a parlare l’olandese e l’inglese,
appresero a capire il sardo e
l’italiano. Tanto era il lavoro che gli permetteva di godere di una vita
tranquilla quanto il desiderio di ritornare in Sardegna per cui, un bel giorno,
con tutta la familia decise che era arrivato il momento, per cui, caricata
all’inverosimile la macchina, solcato il mare, ricominciò a lavorare e questa
volta a Macchiareddu. Ma il destino voleva per lui nuovi cambiamenti
e dopo solamente un anno, le insistenze di sua moglie lo spinsero a rifare le
valigie e ritornare in Olanda.
Facendo
una pausa nel racconto Remi si alza per mostrarmi con orgoglio alcuni vassoi
che ha preparato per me, degli autentici “culurgionis” lavorati da lui, con
tutti gli ingredienti classici che dovrò “obligatoriamente” portarmi via… E riempita di nuovo la tazza con l’ottimo
caffè, scambiando un sorriso accativante alla sua dolce metà che condivide la
sua nuova scommessa, Remi riprende a raccontare, sempre accompagnato da una
particolare allegria ed energía come un giovane desideroso di mettersi per la
prima volta in gioco nella vita. Mi racconta quindi che nella casa in Olanda era
lui che sperimentava e creava nuovi
piatti per la familia grazie anche all’eredità culinaria appresa in casa ad
Elmas, e, come a volte succede, disaccordi e malentendimenti portarono poi un
giorno alla separazione dalla sua compagna olandese. Oramai sembrava che la sua vita fosse
destinata a continuare nel paese dei tulipani, quando, grazie ad una chat, e grazie
alle decine e decine di ore incollato al computer conobbe, a migliaia di
chilometri di distanza, Marleny, ecuatoriana, impiegata nel più importante
giornale della capitale. Ore e ore di chiacchierate cibernetiche (la
lingua spagnola Remi l’ha appresa attraverso il continuo dialogo con Marleny e
anche grazie alla consultazione di libri per capire per esprimersi e scrivere
correttamente) crearono le basi per un incontro per conoscersi personalmente. E tanto fù l’amore che decisero di vivere insieme,
in Olanda, per altri cinque anni, continuando a costruire barche, fino al
giorno che decisero che era venuto il momento di cambiare e di trasferirsi questa
volta a casa di lei, nel paese latino americano. E quale miglior lavoro per Remy se non
quello di fare, di nuovo, il pizzaiolo! Trasferitisi
quindi a Quito, per Remi le difficoltà per montare il locale si trasformarono in
nuove occasioni per apprendere, come per esempio, la necessità di trovare un
forno adatto per le pizze lo portarono a fabbricarselo con le sue stesse mani,
come del resto gli arredi tutti fatti su misura da lui. Rapido fù il successo nel piccolo locale che
decisero di allestirne uno nuovo, ed è proprio qui, che, dopo la piacevole
chiacchierata, saluto Remi e Marleny dandoci appuntamento al prossimo anno,
sicuro che al mio ritorno troverò nuove sorprese che mi meraviglieranno.
miércoles, 23 de diciembre de 2015
viernes, 1 de noviembre de 2013
Tunisi (Terza parte)
Edifici inclinati...
Abbandonata (nel 698) la capitale Cartagine
(considerata, prima della sconfitta...inespugnabile), dopo che i romani la
rasero al suolo... (“Carthago
delenda est”), i superstiti decisero di costruire un’altra città, un pò
più all’interno, e sempre sopra una collina, creando quindi quella che oggi è,
la Medina (il cuore storico
di Tunisi). E
non poteva quindi mancare un porto, per i traffici marittimi, per cui la città,
come normalmente accade, si estense dalla Medina, verso il mare (su terreni
pianeggianti, e un tempo, paludosi). E,
molti secoli fà, le costruzioni delle case erano basse, senza problemi di
fondamenta... Con l’arrivo poi, dei
“piani alti”, le cose cambiarono. Il
terreno, debole, non sempre fù tenuto in considerazione, per cui, poco a poco, nel
tempo, alcuni edifici incominciarono ad avere leggere inclinazioni. Oggi, la capitale, vanta questo “curioso”
spettacolo, di scarsa sapienza costruttiva.
Se fate una passeggiata per il centro di Tunisi, vi accorgerete che, parecchi
sono gli edifici inclinati, di diverse epoche, alcuni anche abbastanza recenti,
che, magari, cercano un improbabile compratore... Alcuni definitivamente disoccupati, altri,
miracolosamente abitati... E`un curioso
gioco quello di andare in giro per osservare i possibili edifici “inclinati” (e
magari fotografarli), ma ne vale la pena...
Spazzatura
La spazzatura nelle
strade della città (ma anche altrove è uguale) è talmente tanta, abbandonata
qui e là, nei vari angoli, e non, della città, che i tunisini hanno accettato
tale disfunzione, al punto che (forse) nemeno ci fanno più caso... Per le strade, pochi i cestini urbani (ne avrò
visti, sparsi per il centro della città, da contarsi sulle dita di una mano,
forse perchè hanno paura che li rubino...). Nemmeno all’interno dello stesso
aereoporto della capitale, li cerchi ma non li trovi... Ogni tanto ti imbatti sugli altrettanto pochi
cassonetti di raccolta della spazzatura (sempre, strapieni... in attesa di un
ipotetico camion che li svuoti...). Per
le strade, se cè vento, puoi vedere volare sacchetti di plastica, cartacce..., in
uno strano gioco danzante... Il
commerciante, per esempio, pulisce si, la parte che gli interessa, di fronte al
proprio negozio, ma poi non la raccoglie.
Lascia il monticello di spazzatura al vicino che, senza problemi, pulirà
la sua parte di fronte al proprio negozio, lasciando il tutto ad aumentare il
monticello del vicino... Il bello è
che, non sò poi che fine farà il tutto..., forse si spargerà per la città (ed è
per questo che poi si vedono liberi per aria?...). Insomma, sembra che la spazzatura, si
volatilizzi grazie al vento (e qui cè nè tanto...). Pochi gli spazzini visti al lavoro per le
strade, in brevi tratti di strada... Il
resto, uguale come sempre, oltretutto, la gente butta, dove si trova, quello
che vuole buttare, e cosi và avanti (dicono che prima della “Rivoluzione” del
2011, la città fosse più pulita...).
Trasporti a Tunisi (e nel resto del paese).
La capitale ha
sei linee chiamate “Metropolitana leggera”(di superficie), e quella della GTM
che collega Cartagine. Le linee si incrociano nel nodo di scambio,
di fronte alla stazione dei treni, ed esattamente nella Piazza Barcelona. Sui mezzi pubblici si può viaggiare a un
prezzo che varia a seconda di dove si voglia andare (massimo mezzo
dinaro). La rete metropolitana è il
mezzo più rapido per spostarsi, i treni, lunghi e robusti (credo di
fabbricazione ungherese), si fanno strada rapidamente seguendo i percorsi
accanto al traffico privato, super intenso e sempre bloccato... Tutti gli automobilisti ed i pedoni sanno
dell’esistenza dei mezzi elettrici per cui, quando passa il treno, suona magari
il campanello... e se non lo senti... Però
miracolosamente, tutto và come sempre...
Se ci si vuole spostare in treno, la rete
ferroviaria del paese è estesa e ben funzionante, generalmente viene servita da
treni a nafta per compiere i lunghi percorsi, con poche carrozze per ogni treno
(ci sono mezzi nuovi e vecchi, questi ultimi ridotti veramente male..., la
manutenzione...). A volte capita di
partire con 15 minuti di anticipo sull’orario previsto e magari di arrivare una
mezz’ora prima... I biglietti sono
economici, per una distanza di 200 Km si può pagare 10 Dinari (5 Euro), e, per
due Dinari in più si può scegliare la 1
classe! Tunisi e la costa del Sahel
hanno ognuno una linea elettrificata
(coperta da treni nuovi della Hunday, ed anche vecchi mezzi ungheresi..., anche
questi, sempre carenti di manutenzione...), il servizio in generale è buono e
comodo, praticamente due metropolitane, coast to coast....
Salam...negoziante
che non togli la spazzatura...salamelek...
sábado, 26 de octubre de 2013
Tunisi (Parte Seconda)
Sidi Bou Said
Cartagine ha
varie stazioni nella linea del metro, e tra queste, ”Carthage Presidence”,
cioè, il luogo dove ha sede il palazzo del presidente della Repubblica
tunisina, ed il treno della GTM finisce, attualmente, giusto in questa stazione
(uguale e decadente come le altre della linea metropolitana). Fuori, ci aspetta un altrettanto decrepito
bus giallo, per coprire il percorso rimasto, fino a Sidi Bou Said (linea interrotta
per lavori di ammodernamento...). Il dolce e turistico paesetto, famoso per
essere stato luogo d’incontro dei poeti francesi nell’800’, è sicuramente una tappa turistica da non perdere. Il bianco e l’azzurro, si ripropongono
costantemente nel paese, che sono come un simbolo della Tunisia, il bianco, per
difendersi dal forte sole africano, e, forse, l’azzurro, come legame al mare,
che nei secoli ha rappresentato lo sviluppo dei commerci, il potere, le
guerre... Le case, curate in maniera
civettuola e semplice, tutte bianche, e tutte con gli infissi rigorosamente
dipinti di bleu. Strade e stradette che
danno vita ad altri deliziosi scorci e ad altri segreti..., e che fluiscono
sulla breve strada principale, che, si snoda, presentando tanti negozietti di
souvenirs, e che finisce in una serie di terrazze che fanno godere della splendida
vista del golfo di Tunisi. Nugoli di
turisti sciamano attratti dai venditori appostati per vendere il tutto e il di più, comprese le
foto con il falco (vivo), che, per qualche Dinaro, te lo affittano, giusto il
tempo per fare la foto di rito (non sia mai che poi si incavoli...), e che poi ritorna,
annoiato, sulle mani del proprio padrone.
Fatte le dovute fotografie di routine, mi accingo a riprendere il bus
giallo per andare alla seconda visita programmata, non prima di avere consumato
un’abbondante spremuta d’arancia in uno dei tanti chioschetti fuori dell’area
turistica... (2 Dinari, ovvero, 1 Euro).
Carthage
La fermata per visitare le rovine (non è
segnalata per niente...), é quella di Carthage Hannibal (scendendo a Carthage
Dermech, la strada fà un percoso più lungo...). Scendendo ad Hannibal, ci si trova di fronte
ad una strada larga, la si percorre (è in salita) e, alla sesta stradina a sinistra (di fronte
ad un edificio che sembra una scuola) ci si inoltra con fiducia seguendo la
stradina, fino a quando non ci si imbatte in un hotel, e lì finisce la strada! A questo punto, alla vostra destra avrete il
muro di recinzione del recinto archeologico, un cancello (chiuso) vi permetterà
di vedere già alcuni resti di Cartagine (il
mio consiglio? fotografateli, perchè poi all’interno dell’area archeologica,
quella zona non potrà essere raggiunta).
Dopodichè, seguendo il muro, alla vostra destra, vedrete quasi nascosta,
una stradina, percorretela seguendo sempre il muro..., fino ad arrivare ad un
terrapieno con una bella vista del golfo...
E, sempre seguendo il muro,
arriverete all’ex cattedrale e, finalmente...all’ingresso dell’area storica di
Cartagine! Sorta
sulla collina di Byrsa, di quella che fù la capitale di una grande potenza,
oggi ne restano poche tracce, parti puniche, romane, si condividono lo spazio,
e tutte poveramente presenti, insieme ad un museo altrettanto triste e povero
di informazioni. Cè poco da vedere
infatti, ma il fatto di camminare su un luogo tanto importante, fa sí che la
delusione si dimentichi presto, immaginando l’antica civiltà. Affacciandosi in direzione di Tunisi, in lontananza
si vede (o forse si immagina) l’antico porto punico (rotondo un tempo, e con
con tante costruzioni per il rimessaggio delle navi), straordinaria opera portuale
che, oggi, è solamente un ricordo, mezzo malandato, cinto da un anello verde
con ville e villette... Bene, ripresa
la strada di ritorno, nella stazioncina, una casettina, dove il bigliettaio,
nascosto da una bassa ed inutile grata (vecchia, sporca...), mi porge il
biglietto (25 cent. Di Euro) e, gentilmente, mi richiama per darmi il resto che
mi stavo dimenticando di ritirare.... Ritornato
a Tunisi, già mi sento del posto, uscito dalla stazione, brulicante di vita,
nella strada, a pochi metri, tra le tante proposte culinarie, decido di
fermarmi a consumare un pollo con patate fritte, accompagnato da un bicchiere
di limonata (il tutto sui 6 Dinari, 3 Euro), recuperando una forchetta e un
tovagliolo, accessori inusuali per il pubblico che frequenta il locale...(i
più, per usanza, usano solo le mani per mangiare).
La Medina
Cuore della vita antica, e centro commerciale
e turistico della capitale, la Medina è il classico agglomerato di strade e stradine
che si perdono in un’infinità continua di negozi di abbigliamento, gioiellerie,
caffetterie, arredamento, stoffe, caffetterie..., che danno, dalle 9 alle 18
della sera, un colore ed un calore assolutamente da non perdere. Svegliatomi all’alba, come sempre, e fatta
un’altra, triste, colazione in hotel, mi sono messo subito a fare il turista, dirigendomi
verso la Porta Bab Bhar, nella place de la Victoire. Direttomi verso la Rue Jamaa Zitouna, ho
incontrato vari tizi che affiggevano manifestini sulle saracienesche dei negozi
che, stranamente, erano ancora chiusi.
Gentilmente, in un francese, italianizzato, mi spiegarono che avevano
deciso una manifestazione di protesta perchè, le compagnie di crociera, convogliano
i propri turisti, nei negozi con cui hanno poi percentueli sulle vendite. Ed i commercianti quella mattina erano
decisissimi a farsi sentire... mantenendo tutti i negozi della strada,
chiusi..., mentre, dall’altra parte (me ne sono accorto dopo), i negozi della Rue
Kasbah...erano tutti aperti e ben felici di raddoppiare l’incasso della
giornata!..., la..., solidarietá....
Bene, la Medina, come dicevo, è un quartiere che non si può, non visitare,
e, l’occasione che mi è stata offerta dai negozi chiusi, mi ha offerto una Medina
inedita, tutta speciale... E, alla fine
delle stradette, la grande piazza della Kasbah, con moschee (in restauro), il
palazzo del Governo tunisino, ed altri Palazzi di governo (tutti circondati,
rigorosamente, dal filo spinato...la Rivoluzione del 2011 non è ancora finita...).
Salam..., dolce
Sidi..., Salamelek..., vecchia Cartagine...
sábado, 19 de octubre de 2013
Tunisia, Tunisi
Sono qui, nella stazioncina
di Sidi Messaoud (...è una fermata della linea metropolitana, elettrificata,
che collega il litorale del Sahel, nella costa ovest della Tunisia...), ed ho
appena salutato il carissimo amico Claudio che, insieme a Tatiana, sua sorella
(i due, romani... de’ Roma) mi hanno ospitato nella casa delle vacanze che
hanno in affitto a, Mahdia, antica, solare e mediterranea cittadina, a 200 Km
da Tunisi... L’attesa del treno per
Monastir si fá meno pesante grazie alla generosa pensilina che accoglie i
clienti, in effetti non fà nemmeno tanto caldo, e, poco a poco, mano a mano che
si avvicina l’ora dell’arrivo del mezzo, sempre più gente si unisce, ed io, con
la memoria, ritorno indietro, quasi a una settimana e mezzo prima, giusto al
giorno del mio arrivo nella capitale, Tunisi, dove ho incominciato il viaggio
alla scoperta di questo Paese...
Tunisi
L’aereo della
Tunisair, la Compagnia aerea che collega tante cittá europee alla capitale,
Tunisi, dopo un tranquillo volo di meno di 2 ore, plana nella notturna città
del paese arabo. L’equipaggio, due
uomini e due donne (giusto la seconda, forse per equilibrare uno “scompenso” di
grasso dei tre colleghi..., è assolutamentee in linea perfetta, oltre a
mostrare con sicurezza una naturale e generosa bellezza...), ci saluta
distrattamente mentre abbandoniamo l’aereo parcheggiato. Mi faccio coraggio pensando alle istruzioni
ricevute dai miei amici, una volta uscito dall’area raccolta bagagli, ritirare dal
bancomat i Dinari (la moneta locale), e comprare una scheda telefonica della
Compagnia “Tunisiana”, e, tutto felice, prendere un taxi per farmi portare
all’hotel (prenotato su booking.com).
Ma, come al solito, non sempre le cose sono come le vorremmo... Il primo “bancomat” non funzionava e, il
secondo non mi voleva ascoltare..., per cui, l’unico era cambiare gli Euro portati
da casa. Guardandomi attorno, pochi gli
sportelli di cambio valuta aperti, e per ognuno, lunghe file di gente assonnata
e annoiata, per cui, fatta la scelta, mi metto in una fila, e, 10 minuti dopo,
il cassiere di servizio ci annuncia che chiude senza tanti complimenti per cui,
cambio di fila, e nuova coda... Finchè,
disperato, provo ad un bancomat mezzo nascosto e...bingo! funziona! Per cui, ritirati 200 Dinari (meno di 100
Euro),e comprata facilmente la scheda con un numero della compagnia telefonica tunisina
(questo è stato facile...), vado al parcheggio dei taxi.... Le abitudini... Si suppone che, il primo dei taxi in fila
sia quello autorizzato... qui non è cosi`, dopo avere iniziato la
contrattazione sul prezzo (dimenticavo di dire, se ti sparano 30...fai la
controproposta...), e mentre agevolmente il tizio tira fuori dall’auto il
cartello “TAXI... da collocare sul tetto dell’auto gialla, un altro individuo
ed un altro ancora... si presentano a urla (almeno a me sembrava...), tra di
loro, quasi delle scenate di gelosia tra innamorati delusi... Ed io, per tagliar corto, e, non conoscendo
la lingua araba..., mi affido a quello che offriva meno (per 15 Dinari, detto
in lingua francese/italiana). Arrivati
all’hotel nell’Avenue Habib Bourguiba (il primo presidente della repubblica
tunisina, quando la Francia finalmente diede l’indipendenza nel 1956), e, dopo
avergli lasciato quasi tutto il resto (...non aveva il cambio...), mi infilo
finalmente al sicuro, nell’hotel Carlton (di vecchie memorie...tutt’ora in fase
di ammodernamento) per 43 Euro a notte, colazione inclusa. E, per chiudere in bellezza, breve
passeggiata, poi, nei dintorni, con il giusto premio di un gigantesco e gustoso
gelato!!
La Tunisia
mantiene tutto l’anno la stesso orario (non esiste insomma, il cambio come da
noi, inverno/estate), per cui, alle 5 già splende un caldo sole invitandoti a
vivere!!! E, senza tanti complimenti,
dopo una triste colazione (le petit dejeneur...dell’hotel Carlton...), decido
di conoscere la mitica Cartagine (cioè, i resti...) e Sidi Bou Said! Armato quindi di macchina fotografica e di
cellulare, dribblando l’intenso traffico
(non fatevi illusioni, è una giungla, vige la legge del più forte...nemmeno le striscie
pedonali servono, sempre che le trovi...) mi dirigo alla stazione della linea TGM.
E`questa una metropolitana che collega
la capitale a “La Marsa”, passando per una stretta striscia di terra tra i
laghi di Tunisi (acqua salata e poco profonda), con fermate storiche, come il
vecchio aereoporto, di antica memoria, oramai diventato un altrettanto vecchio
e polveroso sobborgo della capitale. I
treni che coprono il servizio sono vecchi e decrepiti, ma funzionano..., ogni
15 minuti ne passa uno, e alla mancanza di comfort, dei consunti ventilatori
appesi al soffitto, cercano di alleviare almeno il caldo, ai passeggeri che affollano le
carrozze. E`comunque un piacere
condividere gli spazi, sentirmi uno qualsiasi e non un turista (si fà per
dire...lo sono...non capisco quello che dicono...), osservare e annotare gli usi
e costumi della gente di qui. Una
coppia di giovani, seduti di fronte a me, discutono di chissà cosa (io mi
immagino i dialoghi...alla fine la vita è uguale dappertutto...amori, dissensi,
tradimenti, cosa hai fatto oggi, che facciamo stasera...). Lei, in un completo sui toni arancione, con
fazzoletto che le copre i capelli e le forma come il viso ovale, serio e
deciso, si capisce che è schietta, controllatrice, fiduciosa...sospettosa...insomma,
conosce il suo ragazzo... E lui, magro,
belloccio (ricorda uno dei personaggi dei film del dopoguerra...), denunciante una voglia di vivere la sua propria vita...(anche fuori
del rapporto con lei...), ma al tempo stesso, conciliante e sottomesso, ogni
tanto... (il minimo indispensabile per non creare sospetti...), insomma, una
bella coppietta, classica, come tante nel mondo. Fuori dai finestrini (consunti, sporchi,
come tutto l’interno della carrozza), scorre il paesaggio che presenta
continuamente quello che poi si vedrà per tutto il mio viaggio in questa terra
tunisina, sia nella campagna che nelle citta e i paesi... buste, sacchetti,
cartacce, piccole e grandi... bottiglie di plastica di tutte le dimensioni, un
paesaggio desolante che sembra accettato e fatto proprio da tutti gli abitanti
di questo paese, convivere con l’immondezza!...
Salam...coppietta
tunisina...salamelek...monnezza che vola e vá...
viernes, 11 de octubre de 2013
GIBILTERRA
Da vari secoli, continua, la disputa tra la Corona
spagnola e la Corona britannica, su un piccolo pezzo di terra (che più che
altro non è che un, enorme, pezzo di roccia...), tema del contenzioso: La
colonia chiamata, Gibilterra!
A bordo della mia
piccola Seicento percorro i quasi 100 chilometri, dalla citta di Torremolinos
(città costruita agli albori della rivoluzione “palazzinara” che travolse le
coste spagnole..., negli anni 60’), a Gibilterra. Ê la seconda volta in poco tempo che vado a
visitare questo minuscolo “paradiso fiscale” e turistico, accompagnando un
amico desideroso di conoscere il mitico “Pennone” . Ho accettato volentieri a fargli da guida,
per il piacere di ritrovare quel piccolo angolo inglese giusto a sud della
Spagna..., da cui prende il nome lo stesso stretto (di Gibilterra, appunto!), di
fronte alle coste del Marocco. Percorrendo l’autostrada A 7 (più che altro
è una strada locale a 4 corsie, trafficatissima, che collega le città della
costa occidentale spagnola), è un continuo entrare ed uscire dai centri urbani, un lungo serpentone di costruzioni,
di tutti i tipi e disegni, con il verde degli alberi, che interrompe ogni tanto
la monotonia del cemento (tutte queste urbanizzazioni sono in generale bene
organizzate, per l’accoglienza del turista, per dare e per ricevere..., non
solamente nei mesi estivi, questa è la Spagna!). Arrivati nella città di, La Linea de la
Concepcion, confinante con la britannica Gibilterra (in poche parole, La Linea
è un “paletto”, fatto costruire e sviluppare in direzione della colonia
inglese, dal dittatore Franco, per bloccare il desiderio espansionistico
gibiltaregno..., oggi mi prendo un pezzo di terra, domani un altro...). Però, al di là del “paletto”, se uno ci
ragiona sù, capisce che alla fine dei conti, una città (La linea) e l’altra
(Gibilterra) possono convivere pacificamente, perchè (anche se i detrattori
spagnoli sono tanti..., accecati dal grido di: “Gibilterra spagnola!”) la
convivenza economica serve a tutti quanti, generando turismo tutto l’anno. Ed è altrettanto curioso, confrontando le
mappe antiche, a quelle di oggi, come gli spagnoli, si siano fatti mangiare
pezzi interi di terreno, senza che nessuno se ne accorgesse. Fatto ecclatante, l’antica, “terra di nessuno”
di un tempo, che è diventata a tutti gli effetti l’aereoporto di Gibilterra!! Con una bella aereostazione (piu`in zona
spagnola che inglese...), e la pista d’atterraggio, che taglia il passaggio
della strada che conduce alla colonia, con tanto di striscie pedonali e
semafori, per fermare il flusso del traffico, quando un aereo atterra, o decolla! E noi,
lasciata l’auto in un parcheggio a pagamento (Euro 10 per 7 ore di sosta),
nell’area spagnola..., ci mettiamo in coda, documento alla mano, per entrare
finalmente nella mini, Great Britain. E`curioso
osservare come la circolazione delle auto è con viabilità a destra (non a
sinistra, come nella maggior parte dei paesi anglosassoni), sicuramente perchè
è talmente piccola la colonia, che non è valsa la pena cambiare il senso di
marcia (o, magari, per evitare incidenti di traffico: venivo dalla Spagna, no,
io venivo da Gilterra, ma ne sei sicuro..., ecc...). Abbiamo deciso di prendere il bus urbano che
ci porterà al centro (è un modo di dire, a poche centinaia di metri dalla pista
dell’aereoporto, già è centro città...).
Infatti, in pochi minuti siamo arrivati a Corral Road, capolinea del
bus. Di fronte a noi, nuovi ed eleganti (e cari) edifici, dichiarano
l’avanzamento sul mare di Gibilterra (non per un fatto naturale...hanno
semplicemente riempito di terra e sassi, centinaia e centinaia di metri
quadrati, in quello che un tempo era mare).
La nuova urbanizzazione di fatto ha cancellato il vecchio porto, che era
di fronte all’antica fortezza. Bene, nel
piccolo piazzale dove si ferma il bus, una porta d’entrata alla cittadella, ci
permette di entrare ritrovandoci subito in una piazza (Casemates Square, lo
dice la parola, era una fortezza militare...), che oggi è una specie di Centro
commerciale all’aria aperta, ristoranti di fast food colorano quella che un
tempo era una piazza austera, abitata da militari. Continuamo
la passeggiata turistica inoltrandoci sulla Main Street, cioè, sulla strada
principale. Negozi di, cambio moneta, vendita
di tabacco, gioiellerie, vendita di tabacco, liquori, vendita di tabacco, ristorantini,
vendita di tabacco, bar..., ci accolgono dandoci il difficile compito di
individuare gli angoli e le architetture della vecchia città, invasa dal compra
e vattene (perchè qui, è tutto caro!, che fai, ci lasci lo stipendio?). Da vedere, il palazzotto del Governo (coperto,
perchè in restauro), e alcune chiese, che lottano, per ricordare al turista,
che questa piccola città ha un passato.
Arriviamo in poco tempo alla fine della Main Street (sarà 1.500 metri, più
o meno, dall’inizio alla fine), e un delizioso giardinetto ci invita ad una
sosta (gratis!), e da li, ripresa la passeggiata, arriviamo alla costruzione da
cui parte la funivia che porta al “pennone”, alla cima del monte (426 metri
s.l.d.mare). Tappa obbligatoria, ma senz’altro piacevole e
spettacolare, la visita del cucuzzolo, con l’immancabile compagnia dei macachi
(si dice che, Gibilterra sarà inglese fintanto che viva lì, la colonia di
macachi). Importante (e te lo ripetono
anche dentro la cabina che ti porta in alto), mai avere con tè buste con roba
da mangiare, e, se le hai, lasciale da parte perchè i cari animali, possono diventare
violenti per rubartele..., e, non scherzano...per cui, occhio e tranquillità!). Dall’alto del monte è un piacere dare
un’occhiata qui e là, da una parte si può vedere la costa del Marocco e la
città spagnola di Ceuta, dall’altra parte, a un tiro di schioppo, la città di
Algeciras, all’altro lato del golfo. Da
osservare, i resti dell’antico sistema che si usava per raccogliere le acque,
nel lato orientale, in quella che è la parte meno turistica della colonia (adesso
usano l’acqua del mare per i servizi igienici, e un dissalatore per il resto). Salutati i macachi, presi dal lavoro di
spulciarsi, uno all’altro, e ripresa la funivia (se si vuole, si può salire o
scendere a piedi, gratis...), ritorniamo sulla Main Street, per acquistare una
stecca di... sigarette! (esenti da IVA).
Seguendo il flusso dei turisti, abbandoniamo la Colonia (qui, tutti
sanno parlare lo spagnolo...anzi, accento, andaluso..., holè!), e questa volta,
a piedi (una bella passeggiata), attraversando la pista dell’aereoporto
(divertente, ma dove ti permettono di farlo, sennò?) ritorniamo alla Linea (la
maggior parte degli impiegati che lavorano qui, e lo stesso governatore di
Gibilterra, hanno casa in Spagna...), ed io, rivolgendo un’ultimo sguardo al
“pennone”che, ancora oggi, è capace di risvegliare asti antichi (giusto per
poco tempo...), e, tutto per che cosa? Per un “grosso, enorme, pezzo di roccia”!
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Gibraltar,
Hasta luego Gibraltar! PS In aereo puoi arrivare a
Gibilterra solamente dalla Gran Bretagna, o da altri paesi, ma, mai dalla
Spagna...
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